
Le donne soprannaturali della tradizione siciliana, dalle carte dell'Inquisizione alle leggende delle Madonie
Nella tradizione popolare siciliana esistono figure femminili misteriose, bellissime e ambigue, capaci di suscitare ammirazione e paura. Sono le donni di fora, chiamate anche fimmini di fora: donne appartenenti a un mondo diverso da quello umano, che secondo le credenze tramandate potevano comparire di notte, danzare, cantare, guarire, proteggere oppure arrecare danno.
Non sono semplicemente fate benevole, né possono essere ricondotte senza distinzioni alle streghe della tradizione europea. La loro natura è più complessa: si collocano sulla soglia fra umano e soprannaturale, fra protezione e pericolo, fra il mondo dei vivi e quello degli spiriti.
Queste figure hanno lasciato tracce nelle fonti inquisitoriali siciliane, nelle raccolte di tradizioni popolari e nelle ricerche antropologiche moderne. Il loro immaginario costituisce il punto di partenza di Fimmini di Fora, il romanzo di Turi Calderaro, che riprende alcuni motivi della tradizione e li trasforma in una nuova storia ambientata nel mondo delle Madonie.
Una delle testimonianze più significative relative alle donni di fora compare in un manuale siciliano per confessori della seconda metà del Quattrocento. Fra le credenze sulle quali il confessore era invitato a interrogare i penitenti figurava anche quella nelle donne di fuori e nelle loro attività notturne.
Questo riferimento è importante perché dimostra che la denominazione era già riconoscibile nella cultura religiosa siciliana prima della grande stagione documentaria dell'Inquisizione spagnola.
La testimonianza, tuttavia, non descrive ancora tutti gli elementi che oggi associamo a queste figure. Non vi troviamo necessariamente le tre donne del romanzo, la precisa combinazione dei piedi animali o una particolare successione di eventi.
Per ricostruire l'immaginario delle donni di fora occorre quindi mettere a confronto documenti di epoche diverse, tenendo conto delle trasformazioni della tradizione.
Gli studiosi hanno accostato queste figure ad altre presenze femminili soprannaturali della cultura europea, come Diana ed Erodiade, le signore della notte e le fate. Si tratta di confronti utili per comprendere un immaginario più ampio, ma non costituiscono, da soli, la prova di una discendenza diretta fra tutte queste tradizioni.
Le carte dell'Inquisizione spagnola di Sicilia rappresentano una fonte preziosa. Non sono però una descrizione neutrale delle credenze popolari: sono testimonianze raccolte in un contesto giudiziario e religioso, nelle quali le parole dei testimoni venivano registrate e interpretate attraverso le categorie dell'epoca.
Inoltre, una parte importante della documentazione inquisitoriale siciliana è andata perduta. Ciò che è sopravvissuto permette di conoscere alcuni aspetti della tradizione, ma non costituisce un quadro completo.
Fra i casi più interessanti compare quello di Vincenza La Monaca. Nella testimonianza a lei attribuita si parla di donne che si riunivano in campagna, danzavano accompagnandosi con tamburelli e chitarre e presentavano piedi simili a zoccoli di cavallo. Una delle figure era più alta delle altre e sembrava esercitare un'autorità sul gruppo.
Un'altra testimonianza, relativa a Diana de Nisi, descrive sei donne elegantemente vestite, impegnate in attività legate alla filatura, che avrebbero avuto piedi simili a quelli di un gatto.
Questi racconti sono importanti perché attestano che il motivo dei piedi animali era presente nelle testimonianze siciliane già in età moderna. Naturalmente, documentano ciò che fu riferito durante i procedimenti, non l'esistenza reale di esseri soprannaturali.
Altre carte inquisitoriali conservano motivi che sarebbero diventati ricorrenti nella tradizione: bambini presi dalla culla, presenze capaci di entrare nelle case durante la notte e donne associate a pratiche di guarigione.
Nel processo relativo a Diana La Viscusa, a Monreale nel 1639, emerge infatti la figura della guaritrice, che utilizzava pratiche popolari per individuare o contrastare presunti malefici. Il suo caso mostra quanto fosse sottile, nella cultura dell'epoca, il confine fra cura tradizionale, magia e sospetto di stregoneria.
Le testimonianze attribuite a Suor Catarina Calandrino, invece, collegano le donne di fuori anche a spiriti o anime di defunti. Il loro mondo non coincide dunque necessariamente con quello del demonio: in alcune rappresentazioni queste figure appartengono a una zona intermedia fra i vivi e i morti.
Lo studioso Gustav Henningsen ha esaminato le testimonianze siciliane sulle donne di fuori, proponendo di riconoscervi elementi di un modello arcaico del sabba, distinto dalle rappresentazioni più note della stregoneria diabolica.
Nelle fonti esaminate ricorrono viaggi notturni, compagnie di donne, danze, musica, banchetti e rapporti con i bambini. Alcune descrizioni presentano figure femminili vestite con abiti preziosi e colori vivaci, fra i quali il bianco e il rosso.
La proposta di Henningsen è un'interpretazione storico-antropologica: aiuta a leggere le testimonianze nel loro insieme, ma non dimostra che tutte le credenze siciliane derivino da un'unica origine o che ogni comunità immaginasse le donne di fuori nello stesso modo.
La variabilità, del resto, è una caratteristica essenziale del folklore. Una figura può assumere significati differenti a seconda del paese, della famiglia e del periodo storico.
Nell'Ottocento, il medico e folklorista siciliano Giuseppe Pitrè raccolse un vastissimo patrimonio di racconti, usanze e credenze popolari. La sua opera Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, pubblicata nel 1889, è una delle testimonianze fondamentali per lo studio della cultura tradizionale dell'isola.
Nelle credenze raccolte, le donne di fuori non sono necessariamente malvagie. Possono essere belle, eleganti e generose, offrire protezione, portare fortuna o favorire la guarigione. In altre circostanze, possono essere capricciose, punitive o pericolose.
Questa ambivalenza le distingue dalle figure soprannaturali costruite esclusivamente intorno al male. Le donni di fora possono aiutare gli esseri umani, ma il loro favore non è garantito e il rapporto con loro può diventare rischioso.
La tradizione le associa anche alla casa e alla vita quotidiana: presenze invisibili, attività notturne, capelli intrecciati misteriosamente e bambini che vengono spostati dalla culla o, in alcuni racconti, sostituiti.
Sono credenze che ci parlano non soltanto del soprannaturale, ma anche delle paure e delle speranze delle comunità che le tramandavano.
Il rapporto fra le donne di fuori e i neonati è uno dei motivi più ricorrenti della tradizione.
In alcuni racconti, le presenze soprannaturali si avvicinano ai bambini, li accarezzano, giocano con loro o li spostano dalla culla. In altri, la loro presenza viene riconosciuta attraverso particolari inspiegabili, come le trecce che compaiono nei capelli dei piccoli.
Nella tradizione siciliana sono ricordate le trizzi di donna, intrecci attribuiti all'azione delle presenze soprannaturali. In alcune credenze, tagliare o danneggiare quelle trecce poteva provocare conseguenze negative.
Un altro motivo è quello del bambino sostituito, noto anche in altre tradizioni europee con il termine inglese changeling. Secondo queste credenze, un bambino poteva essere portato via e sostituito da un essere soprannaturale.
È importante distinguere il racconto dalla realtà storica: queste testimonianze documentano credenze e modi tradizionali di interpretare eventi ritenuti inspiegabili. Non dimostrano che simili sostituzioni avvenissero realmente.
Per comprendere la funzione di questi racconti, l'antropologia invita a considerarli all'interno delle paure legate alla nascita, alla salute dei bambini e alla vulnerabilità della famiglia.
Il patrimonio delle donne soprannaturali non appartiene soltanto ai documenti antichi. Nelle Madonie sono state raccolte testimonianze orali che conservano motivi affini a quelli attestati nelle fonti storiche.
Uno dei casi più interessanti riguarda Gratteri, dove ricerche folkloriche hanno registrato racconti relativi a fate e presenze femminili soprannaturali associate ai neonati. Alcune testimonianze parlano di bambini trovati fuori dalla culla o di trecce che non dovevano essere tagliate, pena conseguenze temute dalla comunità.
Anche i nomi dei luoghi conservano talvolta la memoria di queste credenze. Nell'area madonita, il riferimento al Piano delle Fate e il legame tradizionale con Gibilmanna testimoniano come l'immaginario soprannaturale potesse radicarsi nel paesaggio.
Altre tradizioni locali attribuiscono a presenze femminili la capacità di manifestarsi in forme animali, fra cui serpenti, rospi o gechi. Anche in questi casi, la testimonianza documenta l'esistenza del racconto e della credenza, non la realtà del fenomeno soprannaturale.
Geraci Siculo e gli altri centri delle Madonie possiedono un ricco patrimonio etnoantropologico. Tuttavia, non è corretto attribuire automaticamente a un singolo paese ogni variante della tradizione madonita. Per stabilire l'origine precisa di un racconto servono testimonianze locali circostanziate.
È proprio questa varietà a rendere il folklore interessante: una tradizione non è necessariamente una storia immutabile, ma un insieme di motivi che possono cambiare da un luogo all'altro.
La ricerca permette di riconoscere una caratteristica comune a molte rappresentazioni delle donni di fora: la loro natura ambigua.
Sono figure che si collocano fra categorie normalmente separate:
fra l'umano e il soprannaturale;
fra il mondo dei vivi e quello dei morti;
fra la guarigione e la magia;
fra la protezione e la minaccia;
fra la donna e l'animale;
fra lo spazio domestico e il mondo esterno.
Gli studiosi utilizzano il concetto di liminalità per descrivere questa posizione sulla soglia. Le donne di fuori non appartengono completamente al mondo umano, ma non sono sempre rappresentate come entità demoniache.
Questa chiave di lettura aiuta a comprendere la loro forza narrativa. Una figura capace di proteggere e, nello stesso tempo, di minacciare mette in discussione le certezze di chi la incontra. Non si può stabilire con sicurezza se sia amica o nemica, se il suo intervento porti beneficio oppure pericolo.
È una delle ragioni per cui queste presenze continuano a esercitare fascino sulla fantasia contemporanea.
Il romanzo di Turi Calderaro nasce da questo complesso patrimonio di credenze siciliane e madonite. Non è, tuttavia, la semplice trascrizione di una leggenda già esistente.
Nel mondo narrativo di Fimmini di Fora, le figure femminili soprannaturali assumono una forma precisa: sono tre donne, caratterizzate da abiti di colori differenti e da piedi che combinano elementi umani e animali. La loro presenza si intreccia con la vicenda del conte Enrico Altemilia, della contessa Isabella e del piccolo Aldoino.
Alcuni elementi hanno riscontri nella tradizione: le compagnie di donne, le danze, i colori vivaci, i piedi animali, le figure di guaritrici e il rapporto con i bambini.
Altri, invece, appartengono alla costruzione letteraria dell'autore.
Le fonti esaminate attestano, per esempio, testimonianze di piedi simili a zoccoli di cavallo e di piedi simili a quelli di un gatto. Non è stata invece individuata, nel materiale consultato, una tradizione sufficientemente documentata che descriva una donna con un piede umano e uno animale, proprio come Sarina.
Anche l'assegnazione precisa di capra, gallina e cavallo alle tre figure, così come la triade fissa dei colori bianco, nero e rosso, costituisce una scelta narrativa, non un modello tradizionale dimostrato dalle fonti esaminate.
Queste differenze non allontanano il romanzo dal folklore: mostrano il lavoro creativo attraverso cui un autore trasforma motivi tramandati in un universo narrativo personale.
Fra gli elementi originali del romanzo, Sarina occupa un posto centrale.
È una giovane guaritrice, ma nasconde una natura soprannaturale. La sua figura mette insieme due aspetti che la tradizione siciliana conosce separatamente: da un lato, la guaritrice che utilizza rimedi e pratiche popolari; dall'altro, la donna di fuori, creatura appartenente a un mondo diverso da quello umano.
Sarina non è la riproduzione di un personaggio storico o folklorico identificabile in una singola fonte. È una creazione letteraria che rielabora motivi autentici e li combina in una figura individuale.
Il suo corpo stesso diventa il segno della sua doppia appartenenza: un piede umano e uno animale esprimono visivamente il confine fra due nature.
La sua ambivalenza è altrettanto importante. Non è sufficiente definirla una creatura malvagia: occorre considerare la complessità dei rapporti che intrattiene con gli altri personaggi e il modo in cui il romanzo costruisce il suo ruolo.
Attraverso Sarina, il folklore diventa materia narrativa e il confine fra umano e non umano si trasforma in una questione personale, fatta di desideri, segreti e scelte.
Le donni di fora appartengono a un patrimonio culturale che ha attraversato secoli, assumendo forme diverse nelle testimonianze inquisitoriali, nelle raccolte folkloriche e nella tradizione orale.
Le fonti non ci restituiscono un'unica descrizione definitiva. Ci mostrano, piuttosto, un insieme di motivi ricorrenti: le attività notturne, le compagnie femminili, la danza, i colori, le caratteristiche animali, le guarigioni e il rapporto con i bambini.
Il romanzo Fimmini di Fora riprende questo materiale e lo trasforma in una storia nuova. La creazione di Sarina, la precisa forma ibrida delle creature, la loro organizzazione e la vicenda dei protagonisti appartengono alla fantasia dell'autore, pur dialogando con un autentico substrato folklorico.
È questa la distinzione fondamentale fra tradizione e invenzione: il folklore fornisce motivi, immagini e credenze; la letteratura li organizza in una vicenda originale.
Le donne di fuori continuano così a vivere in una duplice dimensione. Da una parte sono oggetto di studio, perché testimoniano il modo in cui le comunità del passato interpretavano il mondo. Dall'altra rimangono figure capaci di alimentare nuove storie, conservando il loro fascino inquietante.
Fimmini di Fora nasce proprio in questo spazio: fra la memoria di antiche credenze siciliane e la libertà creativa dello scrittore.
Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, 1889.
Gustav Henningsen, «Le donne di fuori: un modello arcaico del sabba», Archivio Antropologico Mediterraneo, 1998.
Elsa Guggino, Fate, sibille e altre strane donne, Sellerio, 2006.
Claudia Geremia, «Lo strano caso delle streghe di Sicilia: donne de fora, streghe, fate e guaritrici (XVI-XIX sec.)», ILCEA, n. 45, 2022.
Archivo Histórico Nacional, Madrid, documentazione inquisitoriale relativa a Vincenza La Monaca e Diana de Nisi.
Ricerche etnoantropologiche sulle fate di Gratteri e sulle tradizioni delle Madonie.
MUSeBArch – Museo Etnoantropologico delle Madonie, Geraci Siculo.
Nota sulle fonti: le testimonianze inquisitoriali documentano ciò che fu dichiarato o registrato nei procedimenti, non l'effettiva esistenza di esseri soprannaturali. Le interpretazioni degli studiosi sono distinte dai dati documentari; gli elementi specifici del romanzo sono indicati come elaborazioni letterarie quando non risultano attestati nelle fonti consultate.